Azerbaijan

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Dalla Georgia, arrancando faticosamente sotto il sole cocente di mezzogiorno, oltrepassiamo a piedi la frontiera azera tra fila di macchine e camion. Al di là accoglienza calorosa dei presenti curiosissimi che, con grandi sorrisi, ci procurano una macchina per raggiungere il primo paese. Caricati i bagagli su un vecchio e improbabile fumante catorcio, in folle, ci si lancia lungo la discesa con il guidatore che, entusiasta, grida a tutta la fila “ITALIANSCHE, ITALIANSCHE!!!”.

Solo pochi giorni in Azerbaijan..... Seki, Lahic, paesaggi e genti di montagna ci accolgono nel primo incontro che profuma d’Oriente: antichi caravanserragli, case in pietra, anziani intabarrati, hammam.

Nei vecchi memoria di atavica ospitalità di una terra crocevia di scambi e culture; nei boschi tende di profughi del Nagorno-Karabak, ferita aperta che lacera ed erge barriere.

La capitale Baku è una città priva di personalità, con un centro pseudo-europeo pieno di donne “paludate” e altre come luccicanti lampadari. Sobborghi di piccole case decrepite di fango e periferia post-petrolifera, piena di pozze di petrolio maleodoranti, impianti dismessi e trivelle ovunque.

E poi l’avventura del ferry: 54 ore per riuscire ad attraversare il Mar Caspio, tra attese infinite e incomprensibili al porto e sulla nave.