India Spiti Chaam

Torna al viaggio

 

 

Giorni d’attesa, maschere spiate tra le ombre di un piccolo tempio del Gompa.

30 novembre, primo pomeriggio: tetto-terrazza di una casa, aggrappata tra la strada e la conca, gremito di gente che, improvvisamente, scompare a pianoterra. La stanza è piena, piatti e bicchieri spuntano dai risvolti degli abiti. Giovani serpeggiano tra donne, uomini e bambini seduti sul pavimento, offrendo chay, riso, dhal, verdura e montone da secchi di plastica. Brusio, vociare, preghiere ripetute all’infinito.

Poi improvviso sciamare verso casa; l’anfiteatro del villaggio si vuota sovrastato dal Gompa rosso, prolungamento della roccia. Spazio vuoto, sedie in attesa, sparuti movimenti, lampade al burro, primi crocchi di bambini.

Monta piano, dal ventre del Gompa, il ritmo di tamburi; fiammate rosse e gialle le vesti e i berretti dei monaci che scendono zigzagando, caleidoscopi di colori quelli dei danzatori che li seguono, grandi maschere in sembianze animali o dall’espressione grottesca sui volti, inchini riverenti al loro passaggio.

Danze in semicerchio al ritmo cadenzato di tamburi: pugnali e dorje nelle mani disegnano mudra, sguardi fissi roteano nell’aria, soffici calzature in passi sospesi, suoni viscerali di lunghe trombe o pungenti acuti. Un danzatore si stacca al centro, ondeggia piano, oggetti simbolici in sequenza tra le dita tracciano su un feticcio un preciso rituale, petardi e fischi della gente nei momenti salienti, la danza lo cinge con movimenti reiterati. Il Lama si alza, esce dal gruppo di musici, conclude con gesto enfatico la cerimonia gettando il feticcio in un rogo di sterpi, calciando il piedistallo su cui poggiava.

L’organismo del villaggio raccolto ad un lato si scioglie: uomini attorno al fuoco, donne che offrono the e biscotti ai monaci.
Corridoio di corpi piegati onora ed accompagna il rientro al monastero, mani a coppa ricevono arak. Lentamente la sinuosa fila si snoda sul declivio e il rosso sfuma nel buio.