Kyrgyzstan

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Bishkek, capitale kyrgysa, frammenti di Russia mescolati a karaoke e fotografi di strada, immancabili fiori di plastica e palloncini.

E poi il parco Panfilov ! Sovrapporsi di stonate canzonette amplificate, profumo di carni arrostite a vampate, vociare, giostre antidiluviane di latta.

La migliore: scimmia su missile in abito bianco con scarpe da ginnastica e sigaretta, satirica immagine della sposa che gira vorticosamente sulla giostra accanto. Ci si avventa sul solito “shashlyk”, ovvero spiedino di carne di pecora sommerso da cipolle crude, accompagnato da birra e patatine fritte vere.

Kyrgyzstan, colorata terra di laghi, montagne, torrenti impetuosi, pascoli, yurte, cavalli liberi, pazienti pastori.

Lago Song Köl, 4000 m. Tramonto più che da cartolina e stellata sferica, con la Via Lattea che sembra proiettata dalle montagne. La cucina è ottima, tanto che passiamo un’ora al caldo della stufa, alimentata a sterco, a guardare incantate Asara, la nostra ospite, che confeziona “pelmenj”, raviolini ripieni di carne di pecora e cipolla. Nel frattempo ci slappiamo una scodella di panna spalmata sul pane caldo

Kochkor: festa nazionale dell’indipendenza. Tutto il paese si riversa nelle strade sfoggiando gli abiti migliori; bambine agghindate con fiocchi di tulle bianco e vestitini dorati pisciano in gruppo in attesa di sfilare.Nel pomeriggio siamo a Bishkek, dove una folla inimmaginabile cammina per il centro città e lungo il parco in un silenzio irreale.

Sgangherata jeep, brandelli d’asfalto come lenzuola su cui posare ad essiccare semi di girasole, arcaica laboriosità contadina. Lasciamo così la valle di Fergana, per immetterci lungo uno sterrato che si inerpica fra brulle montagne.

Antichi gesti accompagnano il tragitto: vodka e pane propiziatori ai piedi di un albero infiocchettato, canti, ancora vodka, panna e the nella consueta ospitalità degli stanziamenti temporanei dei nomadi.

Poi, dalla sonnacchiosa cittadina di Kazarman, la salita a cavallo su ripidi pendii, attraverso arbusti spinosi o tra ghiaioni scoscesi,verso la conca di Saimaluu – Tash, che ospita l’immenso affresco di millenarie simbologieincise su pietre nere, in un’impalpabile atmosfera carica di spiritualità.

Crepuscolo e silenzio,interrotto solo dallo scalpiccio dei cavalli, ci conducono alle rive del fiume a fondovalle.Nel buio, richiami di pastori, rumore di zoccolinell’acqua e sulle pietre, sentieri impressi nella memoria.

Accurata scelta del taxi per affrontare la prima tappa in direzione Cina. Dopo 35 km su 180, primo cedimento della luccicante “Volga”; con indifferenza, scendiamo e spingiamo. A metà strada, dopo sette ore di incalcolabili interventi di meccanica e spinte, la “Volga” ci lascia definitivamente.

Con una jeep affamata di denaro, tra pacchi, vettovaglie e pezzi di ricambio, arrancando e zigzagando, raggiungiamo il paese di Sary Tash,  dove  trascorriamo i due giorni successivi.

La mattina del terzo giorno inizia la ricerca del camion che ci permetterà di raggiungere la Cina. Avevamo già notato molti sgangherati “Camas”, sovraccarichi di rottami di ferro,procedere a passo di lumaca verso i valichi. Cornetti, dita incrociate e formule scaramantiche non hanno mutato il nostro destino: velocità media 12 km/h!!!

Plumbee nubi nascondono il panorama, il rimorchio, ogni volta che sprofonda in una voragine cerca posto a sedere o tenta di riposarsi sul ciglio della strada,disseminata di camion a fauci spalancate.

A chi mai sarà venuto in mente di asfaltare gli ultimi 20 km?!

E per quale sfiga sconosciuta hanno aspettato proprio noi per completare l’ultimo?!

Ci dedichiamo alla pratica contemplativa del rullo compressore, che ci ipnotizza 

Rombi di motore ci destano, dopo sei ore, dallo stato di catalessi; il “Camas”, ringalluzzito,  volteggia sul liscio asfalto e il rimorchio ora tenta spericolati sorpassi, ma giunge secondo al traguardo tra una fitta ala di vagoni, baracche, camion parcheggiati.

Che sia la frontiera?

Frontiera kyrgysa-frontiera cinese.
Non c’è molto da dire: 7 km – 7 ore!

La maledetta ora di Pechino si pensa sia all’origine del delirio: apre la frontiera kyrgysa, chiude quella cinese e viceversa.