Pakistan Kalash

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Rumbur, valle dei Kalash, antico popolo.
Paesi stratificati e atavica memoria. In un tempio in costruzione si purifica una nascita: acqua, pane alle noci e formaggio, rametti di quercia sul fuoco, ciocca di capelli tagliati, simbolici oggetti propiziatori.
Ritualità nei gesti quotidiani, nella scansione stagionale, nella spontanea ospitalità, puro e impuro, maschile e femminile.

Copricapi di tessuto, bottoni e conchiglie su lunghi e intrecciati capelli neri, neri abiti bordati con ricami dagli sfavillanti colori sui corpi magri delle donne.

Donne: macchie di colore in un indolente continuo movimento nel buio della stanza, sui tetti delle case affastellate, nell’ocra dorato del mais, tra il giallo autunnale degli alberi, nel suono delle macine di pietra.

Profumo di cedro bruciato, fuoco che illumina i volti, charpoy per dormire, passaggi e gesti vietati, casa delle mestruazioni, vita sospesa fino ai tre anni, volti di bambini imbrattati con polvere di corna di capra, silenzio e stelle nella notte.

“Isphata baba”, “Isphata baia”: “salve sorella”, “salve fratello”.