Uzbekistan

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frontiera ... caldo ... nessuno: Uzbekhistan.

Prima tappa Nukus, cittadina sud-occidentale nel nulla; bazar colorato, ancora semideserto, canalette d’acqua brulicanti di bambini e l’emozionante Museo Savitsky ricolmo di capolavori salvati dalla barbarie stalinista.

Procediamo sulla via della seta, toccando le città carovaniere di Khiva, Bukhara e Samarcanda.

Nomi antichi, cupole turchesi, ricamate moschee, madrase che riflettono il cielo, attorcigliarsi di fili e d’oro, pietre levigate percorse da secoli.

Ma in noi è subito disincanto: fatica il nostro immaginario ad adattarsi alla nuova realtà di centri storici – museo, negozi di souvenir e turismo di massa.

Collezioniamo frammenti di mosaico: i suoni, la calca, i vividi colori dei bazar, gli intricati vitali vicoli dell’antica Samarcanda, dove un lutto turchese in forma di donne ci invita ad entrare in un mondo nascosto dietro alte mura, separato, femminile. Tappeti rossi alle pareti, cuscini gialli a terra, frutta profumata, dolci, pane, speziata zuppa e the colorano un bianco, lungo, basso tavolo.

In un andirivieni di visi, sorrisi, battute scherzose, sussurrate preghiere si consuma un rito funebre tra donne.

A Bukhara una vecchia guaritrice impone mani e recita magiche formule scaturite all’ombra della fonte di Giobbe; pennacchi di crine di cavallo e mani simbolo dell’Islam sovrastano i sepolcreti di venerate personalità.

 

 

http://www.savitskycollection.org/